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  • Creato: 2007-11-08 18:30 - Cambiato: 2010-04-08 15:13
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La nostra storia

In  Europa: Non è facile tracciare una storia delle Chiese dei Fratelli, e sarebbe praticamente impossibile - diversamente da varie altre denominazioni - individuare un fondatore o un anno di nascita.

   Il retroterra culturale da cui prese le mosse è costituito dal mondo anglosassone del primo Diciannovesimo secolo, con il fermento religioso che la caratterizzava, dal complesso fenomeno del Revivalismo, e - dall'altro lato - dal grande formalismo che animava la chiesa Ufficiale di quegli anni che, in Gran Bretagna, lo ricordiamo, era la chiesa Anglicana.

   Intorno al 1820 avvenne che, diversi membri di tale chiesa, insoddisfatti di questo formalismo, giudicato eccessivo, presero ad incontrarsi privatamente e ad intervalli per quanto possibile regolari (spesso settimanalmente), in riunioni libere e spontanee, nel corso delle quali veniva attentamente studiata la Bibbia, c'erano diversi momenti di spontanea e libera adorazione di Dio, e, spesso, si faceva ciò che - tradizionalmente - era stato fatto fino ad allora soltanto in chiesa e in particolari ricorrenze: si celebrava l'Eucaristia.

   Pur non essendo - almeno all'inizio - un movimento particolarmente interessato al "proselitismo", diverse illustri personalità presero piano piano a frequentarlo, fra cui si può ricordare colui che una tradizione popolare tende ad identificare con il fondatore, vale a dire John Nelson Darby. E, citando Darby, si può anche citare quella che - la medesima tradizione - individua quale data di nascita ufficiale del movimento: il 1828, anno in cui Darby diede alle stampe il libello "Considerations on the Nature and Unity of the Church of Christ" ("Considerazioni sulla natura e l'unità della Chiesa di Cristo").

   Se il nome di Darby non può essere taciuto parlando delle origini del movimento, esso non può essere visto come una figura "isolata"; e più che una singola personalità, sarebbe più corretto parlare di alcuni centri in cui questo nuovo modo di vivere la fede, lontano dal conformismo e dal formalismo delle chiese tradizionali, si sviluppò per primo, e acquisì una visibilità tale da imporlo all'attenzione della società come qualcosa di nuovo. I tre centri principali vengono riconosciuti dagli storici in Plymouth, Bristol, e - ancor prima - Dublino, che in qualche modo, di Plymouth e Bristol poté essere considerata come una sorta di "chiesa madre". E, nell'ambito del movimento di Dublino, accanto a quello di Darby, figurano - quali ideali "padri fondatori" del movimento - i nomi di Antony Norris Groves, di John Gifford Bellett, e di Edward Cronin.

   A Bristol i nuovi principi vennero introdotti dal personaggio probabilmente più famoso che la Chiesa dei Fratelli di quegli anni possa vantare, vale a dire George Müller (1805 - 1898), giovane dissoluto di origine prussiana, che esperimentò una conversione veramente radicale. Per prepararsi al ministero, si recò a Londra dove conobbe e iniziò a frequentare le nascenti comunità dei Fratelli; ebbe occasione di leggere il trattato sulla devozione Cristiana di Groves (del quale, peraltro,nel 1830 sposerà la sorella) e ne rimase profondamente influenzato. Nel 1830, nominato pastore della chiesa Battista di Teignmouth, iniziò a sviluppare nel suo animo alcuni principi e convinzioni che sarebbero diventate tipiche delle Comunità dei Fratelli: una grande diffidenza verso ogni forma di "magistero ecclesiastico" sulla Scrittura (si tratti anche di un magistero di matrice protestante) e un approccio fortemente letteralista allo studio del testo Biblico. A Teignmouth Muller conobbe colui che divenne forse il suo più intimo compagno ed aiutante, lo scozzese Henry Craik, ex tutore presso la famiglia di Groves: insieme con lui, nel 1832 si trasferì a Bristol, dove per otto anni esercitarono il ministero presso  la Betesda Chapel.

   Mentre - soprattutto grazie all'opera di Groves nell'estremo oriente, - nascono le prime missioni,  in Europa il movimento conosce una rapida diffusione. Presero vita numerose comunità, sull'esempio di quella di Dublino, sia in Svizzera che in Francia. Mentre Darby si occupava della diffusione nei paesi francofoni del movimento, nel 1843 George Müller ricevette una lettera da parte di una signora di Stoccarda che lo aveva conosciuto durante un soggiorno a Bristol, e ne aveva abbracciato le idee in materia di fede. Tornata a Stoccarda, divenne membro della locale comunità Battista, ricevendo anche il battesimo. Alla lettera era allegata un invito, da parte di uno dei responsabili della chiesa, a recarsi a Stoccarda per un ciclo di predicazioni. Così, Muller partì con la moglie e iniziò una missione in Germania. In sei mesi di permanenza, circa una ventina di persone, quasi tutti membri della chiesa Battista, avevano abbracciato le vedute di Muller e avevano iniziato ad incontrarsi secondo gli stessi principi e criteri già in uso a Bristol, ma il movimento, anche in Germania, era destinato a crescere.

   Fra il 1840 e il 1850 tuttavia il movimento conosce anche la sua prima divisione; intorno alla figura "carismatica" di Darby alcune comunità, dissociandosi dalle altre, danno vita ad un movimento parallelo ed autonomo che tuttora annovera diverse comunità, i "fratelli stretti" o "Darbysti" - mentre la maggior parte delle assemblee prosegue nel suo cammino, accentuando alcune tematiche quali il congregazionalismo e il battesimo degli adulti, e ricevendo il nome di "Fratelli Aperti" o "Plymouthisti".

   Il successivo cinquantennio vide i due rami del movimento procedere su binari paralleli e distinti, qualche volta addirittura opposti, talora scontrandosi, talora ignorandosi a vicenda; intanto però, i tempi erano maturi perché dopo il Nord Europa, il fenomeno toccasse anche l'Italia. Il movimento italiano ebbe caratteri molto specifici rispetto al movimento inglese, e possiamo immaginarci la storia dei due movimenti come due linee convergenti, il cui punto d'intersezione si colloca intorno al 1880.

 

In Italia e in Toscana: Una delle peculiarità della comunità dei Fratelli di Firenze, è quella di essere una delle più antiche - se non forse la più antica - fra le chiese evangeliche di lingua italiana in Italia, la quale si riunisce in uno dei locali di culto cristiani più antichi di Firenze, l'antichissima chiesa absidata di Sant'Apollinare, anteriore, secondo alcuni, alla dominazione bizantina, oppure eretta all'epoca di Teodorico (VI Sec. d. C.). Siamo convinti e ci piace ance pensare che in quei tempi così remoti, questo fosse effettivamente uno dei locale della Comunità Cristiana della città di Firenze. Risulta che fosse priorato nel XII secolo; dopo avere subito diverse ristrutturazioni ed ampliamenti nel corso del XV secolo, ed essere passata ai frati Olivetani, nel 1755 venne sconsacrata ed ebbe il destino - singolare per quello che sarebbe diventato un locale di culto protestante - di essere adibita a tribunale e carcere dell'Inquisizione, il cui progetto venne affidato all'architetto Giuseppe Ruggeri. Nel 1782 il Granduca Pietro Leopoldo, illuminista e simpatizzante delle idee gianseniste, decretò la soppressione di tale medievale istituzione, e le carceri vennero trasformate in carceri civili. Nel XIX secolo tutte le Carceri vennero trasferite in una differente zona di Firenze. Per qualche anno il vecchio carcere dell'inquisizione fu destinato dal comune ad accogliere le famiglie più povere; finalmente, nel 1879 esso venne acquistato dalla Comunità Evangelica di Firenze, facente capo al Conte Piero Guicciardini, per la somma di 10.100 lire. Si trattava, per quei tempi, di un'ingente somma di denaro, che in parte fu donata da nobili protestanti Inglesi amici del Guicciardini, in parte raccolta dagli Evangelici di Firenze. Per l'occasione venne istituito un Comitato Evangelico per l'erezione della Chiesa. Nel 1880 poterono iniziare i lavori di ristrutturazione della chiesa. Il nuovo locale fu eretto - secondo i voleri del Rossetti, legato al movimento dei pre raffaelliti, e fautore di un'idea urbanistica molto diversa rispetto a quella del Poggi (sognava di dare a Firenze una veste il più possibile "dantesca") - in stile Gotico - Toscano, sul modello - sembra - della trecentesca chiesa di S. Carlo dei Lombardi, in Via Calzatoli.

   Il Conte Guicciardini: Detto qualche cosa sul locale di culto, è ora necessario dedicare una sezione a colui che iniziò la chiesa dei Fratelli in Italia, vale a dire il Conte Piero Guicciardini. Egli nacque nel 1808 da una delle famiglie più nobili e antiche di Firenze, quei Guicciardini che avevano già dato all'Italia il più celebre storico, coevo di Machiavelli, Francesco Guicciardini. Terminati gli studi - che portò avanti con serietà e ricavandone una solida cultura, per qualche tempo si occupò delle proprietà di famiglia dove - fin da giovane - manifestò un certo spirito "democratico", nei rapporti con la servitù e con i dipendenti. Nobile, intellettuale e uomo d'affari, con ideali vagamente democratici, a Firenze: una serie di cause che quasi inevitabilmente, e assai precocemente, portarono il conte ad entrare in rapporti con gli intellettuali d'oltralpe che avevano fatto di Firenze la loro residenza elettiva: spesso, erano di religione protestante: fin dall'età di 20 anni egli fu membro dell'Accademia dei Georgofili, e collaboratore dello svizzero G. P. Viessieux, e di Lambruschini, con cui condivise un avanguardistico progetto di riforma del sistema scolastico toscano, che prevedeva la possibilità, anche per le classi più povere, di accedere all'istruzione: un programma ambizioso che lo portò a conoscere la più illustre esponente del movimento evangelico Toscano: la ginevrina Matilde Calandrini, che, giunta in Italia nel 1831, si era dedicata all'apertura di vari asili infantili (tuttora esistenti) nella città di Pisa. I primi collaboratori della Calandrini furono anche i primi convertiti in questa città: Luigi Frassi, direttore della Cassa di Risparmio, e  Tito Chiesi, assessore del Tribunale. Con loro, e con altri, cominciò a tenere dei culti domestici in casa sua, che prevedevano un tempo di libera preghiera e un tempo di lettura della Bibbia.

   Erano anni in cui il giovane stava attraversando una profonda crisi spirituale, prova ne sia il fatto che aveva preso a frequentare con una certa regolarità i culti in lingua Francese della comunità Svizzera di Firenze (ricordiamo che a quell'epoca quelli fatti dagli stranieri per gli stranieri erano i soli culti non cattolici ammessi nel Granducato). L'incontro con la Calandrini tuttavia fu decisivo. Nel 1836 egli - secondo la sua stessa testimonianza (che ha voluto scritta sulla sua stessa tomba) - "nacque di nuovo". E tentò a trapiantare nella sua Firenze, quello che la Calandrini aveva introdotto a Pisa: i Culti domestici.

   Per circa 10 anni Guicciardini e la Calandrini furono le figure di maggior spicco allo stesso tempo della riforma del sistema scolastico toscano e del primo evangelismo di lingua italiana in Toscana. L'idea di fondare una chiesa evangelica italiana risale agli anni compresi fra il 1844 e il 1846 (in questi anni il Guicciardini stesso fu a Ginevra per valutare se ci fossero concrete possibilità in questa direzione). Nel 1846 si cominciò ad introdurre la celebrazione dell'Eucaristia (la "Cena del Signore" nell'ambito dei culti domestici che erano sempre più frequentati.

   La domanda che è destinata a restare senza risposta è: quanto del fermento di questi anni fu originalmente "italiano", e quanto fu influenzato dall'Evangelismo Svizzero o da quel movimento dei Fratelli inglese che ancora non aveva conosciuto le sue prime spaccature e tanto vicino sembrava, nello spirito e nella forma, al primo movimento evangelico italiano? Sia Guicciardini sia i suoi più stretti collaboratori ci tennero a sottolineare l'originalità della loro proposta: essi rifiutarono perfino di chiamarsi "Protestanti", ma - si deve anche ricordare - una tale enfasi sul carattere tutto italiano del movimento poteva anche essere una necessità "politica".

   Il primo, importante strappo con la chiesa Romana ebbe luogo nel 1849, e - per uno dei tanti corsi e ricorsi della storia - al centro fu la piccola chiesa di Santa Felicita dove secoli prima era stato attivo il riformatore Pietro Martire Vermigli: di tale chiesa il Guicciardini era amministratore legale, e in tale veste - col consenso del priore - fece dipingere dei versetti biblici sulle pareti della chiesa, compresi i dieci comandamenti nella traduzione seicentesca della Bibbia del protestante Giovanni Diodati, e isolando il secondo: "Non farti scultura alcuna né immagine alcune né delle cose che sono in cielo né di quelle che sono in terra" - che la tradizione cattolica accorpa normalmente al primo ("non avrai altro Dio all'infuori di Me"): fu uno scandalo, cui seguì una battaglia legale: l'Arcivescovo di Firenze impose la cancellazione dei versetti; il Conte fece ricorso presso il Ministero degli Affari di Culto, e in capo a due anni fu sconfitto: egli allora divulgò un opuscolo dal titolo "Al popolo", dove da un lato protestava contro quello che considerava un sopruso, e dall'altro lato invitava il popolo a leggere la Bibbia per conoscere Gesù Cristo.  Nonostante questo, nel 1850 fu eletto consigliere comunale; ma rinunciò a tale prestigiosa carica per non doversi sottomettere all'obbligo di prestare giuramento.

   Tuttavia erano anni di relativa apertura e libertà: nel 1848 in seguito ai moti rivoluzionari il Granduca era dovuto fuggire e la Toscana era retta da un governo repubblicano presieduto da Montanelli e Ricasoli; ma nel 1850, il ritorno del Granduca. vide un nuovo periodo di repressione: i culti in Italiano vennero proibiti nel Gennaio del 1851, e tutti gli italiani che avevano preso a frequentare le riunioni della Chiesa Svizzera furono diffidati dal continuare a farlo, sotto pena di carcere duro. Nel mese di Febbraio, il pastore valdese Geymonat, sorpreso a celebrare un culto domestico in Italiano, fu incarcerato per tre giorni al Bargello e successivamente esiliato. Lo stesso Guicciardini fu invitato dal Cancelliere della Delegazione di Santo Spirito a giustificare la sua presenza presso un culto in Francese della Chiesa Svizzera.

   Falliti i tentativi di far valere legalmente i suoi ed altrui diritti alla libertà religiosa, Guicciardini scelse la via dell'esilio: la data era stata fissata per il 10 Maggio 1851, ma pochi giorni prima fu sorpreso in uno degli ultimi culti domestici - forse l'ultimo - cui avrebbe partecipato. La polizia piombò a mezzanotte nella casa di Fedele Betti, dove tale culto si stava celebrando, proprio mentre i partecipanti stavano leggendo l'Evangelo di Giovanni nella traduzione di Giovanni Diodati. Tutti i convenuti furono trasferiti al Carcere del Bargello, dove peraltro essi proseguirono nella meditazione biblica iniziata in casa Betti.

   Inizialmente il conte fu condannato a sei mesi di carcere a Volterra: il Granduca si disse pronto a graziarlo se egli avesse abiurato e fosse rientrato in seno alla chiesa Cattolica, ma davanti alla fermezza del conte, e alle pressioni diplomatiche di diverse potenze straniere (soprattutto la Gran Bretagna) né l'una né l'altra cosa furono possibili: tutti gli imputati dovettero però lasciare la Toscana, e il conte scelse proprio la Gran Bretagna quale meta del suo esilio.

   Mentre in Toscana le riunioni poterono continuare solo in condizioni di grande precarietà e clandestinità, Guicciardini ottenne la cittadinanza Inglese; la stampa dei maggiori quotidiani britannici stigmatizzò l'illiberalità della condanna sancita dalle autorità granducali. Intorno al 1852 iniziò a frequentare regolarmente le riunioni delle Chiese dei  Fratelli inglesi nella cittadina di  Teignmouth (la stessa di cui per tanti anni era stato pastore George Muller, prima del suo trasferimento alla Bethesda Chapel di Bristol) - lo strappo con Darby si era già consumato e il Guicciardini fu soprattutto in contatto con l'ala più aperta del movimento. Non sembra che coltivasse particolari legami con gli altri - numerosi - Evangelici italiani esuli in Gran Bretagna: per loro - in generale - l'aspirazione all'indipendenza e all'unità e all'indipendenza nazionale e alla libertà religiosa si fondevano in un'unica visione; è probabile che proprio  questo "connubio" fra politica e religione, non incontrasse la piena sintonia del conte, che pure non era insensibile a temi di attualità politica, ma preferiva mantenere i due piani rigorosamente distinti. Ciononostante proprio fra questi patrioti trovò il suo più prezioso collaboratore, nella persona di Teodorico Pietrocola Rossetti, che - diversamente dal conte - per le sue idee politiche (aveva preso attivamente parte ai moti del 1848) era stato condannato a morte, e era riuscito ad arrivare a Londra grazie ad una fuga.

   Passeggiando  un giorno in riva al mare, il Guicciardini chiese al suo amico cosa sarebbe stato della sua anima se fosse morto quella notte stessa. In capo a pochi giorni, Rossetti affidò quella sua anima a Gesù Cristo, e da allora prese anch'egli a frequentare regolarmente le riunioni della Comunità dei Fratelli di Londra. Proprio tale comunità incaricò i suoi due membri italiani più illustri, Guicciardini e Rossetti, di porre le basi per l'evangelizzazione della penisola, partendo però non dalla Toscana, ma dal Piemonte, dove le differenti condizioni politiche avrebbero consentito una maggiore libertà di movimento.

      L'evangelizzazione dell'Italia partì dunque dal Piemonte, dove il Rossetti poté recarsi nel 1857 con un passaporto firmato dallo stesso Cavour, sul quale era esplicitato che la ragione del suo soggiorno in Piemonte era di "Predicare l'Evangelo nella città di Alessandria". Guicciardini, per il momento, restava in Esilio facendo la spola fra la Gran Bretagna, Ginevra e Nizza, dove si erano formati - diretti da lui - diversi Comitati per l'Evangelizzazione dell'Italia. In questo periodo si ricordano anche diversi incontri con Cavour (il passaporto stesso del Rossetti, probabilmente, non sarebbe stato possibile senza i contatti fra i due conti).

   Nel 1860, dopo la definitiva cacciata del Granduca e il ritorno al potere degli antichi amici del Conte, Ricasoli e Ridolfi, Guicciardini poté tornare a Firenze, dove prese ad organizzare dei culti pubblici. Anche il nuovo governo però si sforzò di limitare la libertà di questi culti, suscitando l'indignazione del conte che tornò a Nizza; intanto però con l'unità d'Italia del 1861 e l'estensione dello Statuto Albertino a tutta la penisola, fu possibile ripensare in termini più organici l'evangelizzazione dell'Italia: in tutte le maggiori città - da nord a sud - erano presenti dei missionari sostenuti dai comitati guidati dal Guicciardini, e le aspettative erano davvero grandi.

   Nel 1866 il Conte tornò a Firenze, e anche Rossetti vi si trasferì, e cercarono di unificare le tre comunità libere della città, guidate da Miss Johnson, Miss Brown, e da Cesare Magrini. Il conte stesso fondò una quarta comunità, che si riuniva in Via Maggio 15, che guidava insieme con sua sorella Giulia, unico altro membro convertito della sua famiglia...

   Le trattative per l'acquisto del locale di culto in Via della Vigna Vecchia iniziarono 10 anni dopo, e il locale fu acquistato nel 1880, grazie anche ai contributi molto generosi di molti fratelli Inglesi e Svizzeri - oltre che dello stesso Guicciardini, che si spegnerà pochi anni dopo, il 23 Marzo 1886; le nuove leggi non consentivano più le inumazioni all'interno del centro Cittadino e per questa ragione Guicciardini non poté essere sepolto nel cimitero Evangelico degli Inglesi; sarà sepolto nel piccolo cimitero di Cusona dove tuttora è visibile la sua tomba.

   Il 1880 fu dunque un anno cruciale per la storia delle Chiese dei Fratelli, a Firenze e in Italia: in qualche modo questa potrebbe essere la data di nascita ufficiale del movimento in quanto tale, che da adesso in poi assumerà il nome di "Chiesa Cristiana dei Fratelli" - accantonando la vecchia dicitura di "Chiesa Cristiana Libera", anche per evitare il rischio di essere confusa con la Chiesa Libera Italiana fondata pochi anni prima da Gavazzi - e riuscì a dotarsi di un locale di culto di tutto rispetto, in quella che già era stat la Chiesa di Sant'Apollinare. Inizialmente il possesso del locale venne intestato ad un comitato formato da alcuni membri della chiesa medesima; ma - risultando tali membri - proprietari a titolo individuale di una quota del locale, si pose ben presto il problema della successione in caso di morte di uno dei fratelli medesimi: gli eredi - non necessariamente membri della chiesa, o comunque non necessariamente interessati a che il locale restasse adibito a luogo di culto - avrebbero potuto in tal caso reclamare il diritto ad entrare in possesso della loro quota e a farne l'uso che fosse parso loro più consono. Analoghi problemi attraversavano in quegli anni altre comunità religiose non Cattoliche italiane, che potendo beneficiare di un clima di maggiore libertà, si trovavano però di fronte ad un vuoto istituzionale su problematiche di questo tipo. La comunità Ebraica di Milano aveva risolto il problema costituendo un ente morale che avesse valore di persona giuridica cui poter intestare i beni materiali della comunità. Su questo modello, la Comunità dei Fratelli di Firenze prese pure la decisione di costituire un ente morale, con le stesse caratteristiche, cui sarebbe stato intestato il possesso indiviso della chiesa.

   Il XX secolo - si può dire - è stato per la Chiesa dei Fratelli, e in particolare per la comunità fiorentina, un secolo di crescita, certamente, sia quantitativa sia - speriamo e confidiamo di poter dire - qualitativa: anche se, certamente, il cammino non è stato certo facile. Soprattutto la prima metà del secolo, è stato certamente un tempo di prova, in cui la politica repressiva del regime fascista ben si sposava al desiderio, ancora vivo in seno alla Chiesa Cattolica, di affermare una sorta di "predominio spirituale" sulla penisola, un predominio che non poteva lasciare spazio ad alcuna forma di dissenso. Va' detto tuttavia che nel nostro paese neppure negli anni più bui della guerra fu mai completamente abolita quella libertà religiosa che lo statuto albertino aveva in qualche modo sancito e garantito, anche se essa non fu mai - e, forse, non è neppure oggi - una libertà religiosa "piena"; sia pure nella libertà, una certa "disparità di trattamento" rimane fra la chiesa cattolica e le altre confessioni religiose; una disparità che comunque nel Ventennio fascista assunse spesso contorni preoccupanti di intolleranza e di prepotenza.

   Il dopoguerra vide due importanti passi legislativi: la costituzione varata nel 1948 sanciva il diritto alla libertà di religione - incluso il diritto di propaganda e di pubblico esercizio del culto - fra i diritti fondamentali ed inalienabili del cittadino (sotto questo aspetto la nostra è una delle carte costituzionali più avanzate e liberali d'Europa); e in anni più recenti, i Patti Lateranensi del 1929 fra il Vaticano e lo Stato Italiano vennero sostituiti da un nuovo Concordato che, pur fra molti punti sicuramente criticabili e migliorabili - sancisce che - almeno in linea di principio - non esiste una religione di Stato (un privilegio che fino ad allora era spettato alla sola chiesa Cattolica), ma tutti i culti religiosi sono uguali di fronte alla legge.

   Con le sue centinaia di comunità sparse in molte decine di comuni Italiani, quella delle Chiese dei Fratelli rimane una delle realtà Evangeliche più dinamiche ed interessanti, in cui vecchio e nuovo, in continuo e costante incontro e confronto, si sforzano di convivere e cooperare per la proclamazione del Regno di Dio e dell'Evangelo della Grazia, che in fondo fu sentito dal Guicciardini come la sua priorità, e ancora oggi è la priorità della chiesa cui lui diede inizio.

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